VISO

ViSo. Il titolo di quest’ultimo ciclo di lavori di Omar Galliani è Le ciglia del naufrago. Alle immagini che vediamo nelle sue tele, l’accensione del flottante morente, l’affioramento di ciò che passa nella sua mente – e nella nostra. Guardando le ultime pitture del professore Galliani sul pavimento di un’aula di scenografia mi è passata per la mente la notizia che la comprova sperimentale dell’esistenza teorica della particella W positiva – chiamatela “debolone” – recentissimamente raggiunta a Ginevra mena dritto all’unificazione di due delle quattro leggi universali della fisica attuale – l’elettromagnetismo e le forze deboli – in una superlegge detta, per ora, elettrodebole, così che, con la gravitazione e l’interazione forte che tiene l’atomo insieme, abbiamo ridotto a tre leggi o grazie quelle che dopo Einstein erano quattro. Morendo, i numeri rapidissimamente indietreggiano all’ora zero: cioè all’uno e a Dio.

L’acqua. Cosa passerà mai sotto le ciglia del naufrago se non l’ultima visione dell’aere, dell’aria e dell’atmosfera, della prospettiva centrale e della Gestalt asciutta? Su tutti i discorsi di millenaristica, apocalittica, catastrofica segnatura, l’artista si è qui dilettato di un particolare: l’acqua. Niente catastrofe, giustamente, ma naufragio, può capitare a chiunque. Naufragio che sarà come la perdita delle acque nell’acquatico, nascita nel subuniverso che da tempo, incompreso, regola l’eco dei significati, la flottiglia dei segni e la sonda dell’io desiderante a bocca di pesce e spada. Alla grande orchestra metaforica di Ornar Galliani non è dunque sfuggito – e per questo l’ascolto e la riguardo – quel che invece da tempo è saltato, insieme con le corde, dalle pitture dei paganini transavanguardisti: ossia l’orizzonte artificiale: il fatto che l’universo dei segni, della prospettiva e della visione si trasferisce progressivamente nelle dimensioni proprie dell’acquatico: la questione sub. Molti lavori di Galliani sono visibili sui fondali.

L’orchextra. Inoltre, come ben mostrano le fiere figure di animali che al ralenti galleggiano lungo le tele del giovane pittore, l’arte di Omar Galliani presuppone l’ottica zoom che implica lo spettacolo di un campo totale, dove non è l’isolata scena che conta, il particolare al macro, bensì conta la persistenza, anche virtuale, della totalità del campo. Invece di assumere la biblioteca iconografica, l’intera storia dell’arte, Galliani ha questo di postrinascimentale: che assume l’assolo senza nascondere l’orchestra. Senonché noi siamo in posizione di osservatori allunati da qualche parte dopo i vapori moderni, siamo fuori, siamo extra, e dunque assordati in silenzio dalla distanza. Stacco e sordità medicati dalla retorica. A queste pitture riconosco un alto grado di pescosità retorica, amplificazione necessaria della loro acquaticità. Il mito di Atlantide è la patria di tutti i tratti mitologici che vivono e si mutano in queste tele. Quante larve nascono dalla danza nuziale di due archetipi nel profondo della pittura di Galliani!

 

 * Da Omar Galliani. Le ciglia del naufrago, Essegi, Ravenna, 1983.