Desiderata

di Marisa Vescovo

Galliani rivela una tensione, inappagata verso un soggetto, sempre sfuggente, l aspuaz10ne a un assoluto irraggiungibile, un desiderio che si tormenta e si compiace della sua stessa inquietudine, e quindi viene posto al centro della ribalta, sotto un ustionante fascio di luce prove … niente da riflettori. C’è sempre in tutto ciò una voglia di «poesia», da leggersi come nostalgia di «infinito», come luogo privilegiato in cui il linguaggio lascia trapelare il proprio segreto, generando lo smarrimento in chi non riesce a pensare questo territorio tanto intrigante perché esso non può segnare il confine del nostro orizzonte quotidiano, bensì chiede che si vada al di là, che ci si spinga oltre, che ci si sperda nel dolce naufragio che corrisponde alle rime dell’Infinito di Leopardi. Guardando queste opere ci accorgiamo che il problema del tempo si sposta di piano, si rompe aprendo fratture e spiragli tesi verso il futuro, si schiude un ampio varco, e anche se non è ancora uno spazio di totale libertà, è però un terreno fertile che spinge verso un nuovo dominio, in cui l’armonia è da cercare gnosticamente nei contrari, nell’eterogeneo, nella mescolanza, nella «porosità dei confini», nella disponibilità al «contagio» tra le diverse esperienze: è qui e ora, in questo paesaggio inquietante, che si determina un processo di trasmutazione/metamorfosi degli archetipi, dei simboli, di cui l’arte si prende con forza un segmento, e attraverso esso cerca di raggiungere la forma che ancora deve venire.