Alchimia domestica

Omar Galliani è una persona estremamente cortese. Ci invita a entrare nella sua opera come a varcare la soglia di una dimora accogliente e ben ordinata, forse appena un po’ solenne e celebrativa, ma non troppo: quel che basta per rimanere nell’eleganza.

Entriamo quindi nella sua installazione dell’Abbazia di Sassovivo in Umbria che è in un certo senso la prefigurazione del dispositivo di Reggio Emilia. Il padrone di casa è là, circondato dai Se, i membri della sua famiglia. Lasciate che ve li presenti: Se/1, il grande olio su tela appoggiato in fondo sul muro, o Se/2, i due gemelli dipinti in dittico su rame, o ancora Se/3, il piccolo quadro su rame, qui sulla sedia…

È tutto un crepitare di fiamme, di luci stellari fosforescenti che spezzano la notte opaca delle profondità della materia, di fessure che riflettono bagliori di lava in fusione. I mobili sono di qualità, il parquet è lucidato alla perfezione, i proiettori a terra diffondono una luce irradiante. L’ambiente è stranamente calmo e sereno. L’ospite sa farci condividere l’estasi sacra che invade il cuore dell’uomo davanti allo spettacolo della genesi della creazione. E se paura c’è, bisogna intenderla nel senso più profondo ed esaltante del termine: non il sentimento fisico che annienta, ma la manifestazione sublime dell’ordine di Dio, quella “paura di Dio” che abbraccia l’anima dei mistici nel loro dialogo ineffabile con l’immateriale trascendente.

Mi viene in mente un pensiero di Marcel Duchamp, la risposta che egli ha dato un giorno d’aprile del 1957 davanti a un pubblico di esteti e di specialisti dei musei americani riuniti a Houston. Alla domanda: “Come è percepita oggi l’arte?”, Duchamp rispose: “Il processo creativo assume un aspetto completamente differente quando lo spettatore si trova alla presenza del fenomeno della trasmutazione; con la trasformazione della materia inerte in opera d’arte avviene una vera e propria transustanziazione e il ruolo importante dello spettatore è quello di determinare il peso dell’opera sulla bilancia estetica”.1

Questo è l’ambizioso obiettivo che si prefigge la pittura di Omar Galliani. L’artista ne è perfettamente cosciente e non lo nasconde: “La mia pittura. Dipingere la luce. Non la luce degli impressionisti, realtà fisica e retinica, ma lo scompiglio dell’oro che la luce diffonde all’esterno e all’interno dei corpi. Si potrebbe fare anche con la mano completamente ferma e con gli occhi bendati per un istante. La pittura si tocca con il cuore, la mano non è che una realtà fisica”.2

L’oro: la grande parola è stata pronunciata, nella pienezza della sua accezione alchemica. Il colore dell’oro raffigura il sole. L’oro si trova spesso nell’Apocalisse. Gesù ha misurato la Gerusalemme eterna con l’aiuto di un regolo d’oro. Questo regolo d’oro simboleggia la giustizia e lo splendore, la saggezza e la carità: per la sua trasparenza l’oro simboleggia la luce divina della purezza.3

Secondo il pensiero alchemico, il metallo, dopo una lenta maturazione nelle viscere della terra, diventa oro. Questa trasmutazione naturale porta alla perfezione nell’ordine dei metalli. In numerose leggende l’uomo rinnovato, tramite i diversi dispositivi di sublimazione della via ignea, ha il colore dell’oro; ciò implica che il suo corpo è luminoso e diafano, che ha cioè operato la rivoluzione della verità nell’apparenza: ha perso il vecchio per rinascere a una condizione superiore, eterea, incorruttibile. Poiché l’oro significa immortalità. Jung ha mostrato l’ampiezza di questo problema, che aspira a un ideale assoluto, quello dell’individuazione.4

Si chiarisce quindi la funzione sublimante che l’artista assegna alla pittura. Omar Galliani e Yves Klein condividono la medesima intuizione fondamentale, lo stesso senso di “scompiglio dell’oro che la luce diffonde all’esterno e all’interno dei corpi”.

Ma se l’obiettivo è lo stesso, i mezzi sono differenti. Omar Galliani non ricorre ai metodi di appropriazione diretta del pittore monocromo (doratura in foglia dei pannelli di legno dei Monogolds; tracce di combustione, di bruciature di gas su cartoni d’amianto nelle pitture di fuoco). Deve quindi utilizzare ogni sorta di risorsa del mestiere pittorico. Galliani pratica questa alchimia sottile della materia con una maestria rara ai nostri giorni. Grafite e argento, carboncino, mina di piombo, pittura a olio, puntasecca o acquaforte; carta, legno, rame o ottone. Tutti i mezzi sono validi per far salire dalle profondità della materia inerte i segni fiammeggianti dell’opalescenza trascendentale, il marchio sublimante della luce d’oro che è la traccia del fuoco che brilla.

Yves Klein diceva: “Insomma, il mio proposito è doppio: prima di tutto registrare l’impronta dei sentimenti dell’uomo nella civiltà attuale, e in seguito registrare la traccia di ciò che aveva generato questa stessa civiltà, quella cioè del fuoco. E tutto questo perché il vuoto è sempre stato la mia preoccupazione essenziale e ritengo che sia nel cuore del vuoto che nel cuore dell’uomo ci siano fuochi che bruciano”.5

Omar Galliani ha optato per l’altra faccia del vuoto, quella che Janus ha con precisione definito “la faccia nascosta dell’ombra”,6 e che racchiude nelle pieghe della notte le braci ardenti del fuoco che brilla.

Yves Klein aveva inventato tutta l’architettura dell’aria su cui posare la sostanza immateriale del fuoco che brucia e brilla. Quando ha il presentimento di avere captato qualche riflesso della luce d’oro, Omar Galliani ritorna direttamente a casa con i suoi preziosi tesori. E poiché si preoccupa di farci condividere il potere sublimante, ce li mostra esposti nel salotto. Un modo intelligente di spogliare l’alchimia dei suoi vapori sulfurei e di rivestirla di virtù domestiche.

 

 

1 Intervento di Marcel Duchamp alla riunione dell’American Federation of Arts, Houston, aprile 1957, pubblicato in “Art News”, vol. 56, n. 4, New York, estate 1957.

2 Omar Galliani, Ma peinture, in Omar Galliani, cat. mostra, Galerie Barbaro et Cie, Parigi, 1990.

3 Apocalisse, XXI, 15; Ezechiele, XI: cit. in Jean-Pierre Bayard, La symbolique du feu, Trédaniel, Parigi, 1986.

4 Carl Gustav Jung, Psychologie und Alchemie, II ed., Rascher, Zurigo, 1952.

5 Yves Klein, Manifeste du Chelsea Hotel, New York, 1961.

6 Janus, Omar Galliani. Il lato oscuro dell’ombra / La face cachée de l’ombre, cat. mostra, Tour Fromage, Aosta, 1987.

 

 

* Da Omar Galliani, cat. mostra, Musei Civici, Reggio Emilia, 1991.