Dal sogno del pittore veneziano

Dal sogno del pittore veneziano

Ora io so che non ricordo il suo nome:

invano, come da  bambino, per giorni e giorni

l’ho cercato nella memoria, dimenticando

che da anni ho appreso l’arte di dimenticare.

Fu solo un soffio, tra la lingua e il velo,

poi non lo disse mai più, rimase

il suo soffio in me, il suo respiro.

Quello era il segreto del suo nome, ed era il nome.

Ora che mi sono ripreso e ho reimparato

l’arte del dimenticare, ora ricordo bene

(qui, specchiando il suo ricordo nel Canal Grande).

che dopo l’amore caddi in un sonno di loto.

Sentivo infinitamente sussurrato il suo nome,

dimenticai il mio. Perso in quel soffio asillabato,

fui io, non solo il nome, a scomparire.

O forse solo il nome che mi portò via.

Vedevo il suo volto come lo vedo ora:

in sogno, e ora che lo dipingo, era più vero.

Prima del sonno, consumato dai baci

e prosciugato dalla mia voglia straniera

si era quasi dissolto dal reale.

Non ricordo il suo viso, nella mente,

la mia memoria, per lei, si fece disegno.

All’infinito, per non dimenticare.

Quel viso, e quel fuggente sorriso,

come scrivono i poeti cortigiani

e i fiori che raccoglieva nel giardino,

e le gazze nelle gabbie d’oro

(le parlavano, e lei sorrideva),

e le scarpe che si infilava da sola

allontanando le ancelle, dopo il massaggio,

prima delle feste cerimoniali…

Ora io che non so perché sono partito

e non ricordo se fu per lei o altra pena,

io posso per sempre disegnare il suo viso

e la sua vita, e le impronte dei piedi,

e il soffio che in sogno mi svelò il suo nome.

O, stanco, artefice frustrato,

scrutare il volto della cortigiana giapponese

che appare dal fondo della tazza mentre bevo

e in quella porcellana trasparente sognare il suo viso

e nel profumo oulong e la memoria del fiore

fingere lei che mi guarda ancora,

lei, da Xanadu, dall’incanto di Cina.